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La talent scout degli startupper

Anche quest’anno  Forbes Italia ha scelto 100 donne italiane per rappresentare il meglio del Paese al femminile nel 2019.

di Pieremilio Gadda

“Quando sono arrivata all’università si usavano ancora i floppy disk. Oggi siamo nel mezzo della quarta rivoluzione industriale. lnternet of Things e i sistemi d’intelligenza artificiale sono sempre più pervasivi”.

Per comprendere la portata dello tsunami tecnologico che ha stravolto il mondo del lavoro, costringendo gli atenei ad attrezzarsi velocemente per essere parte attiva del cambiamento, non esiste forse immagine più efficace di quella scelta da Claudia Pingue, classe 1979, la donna che il Politecnico di Milano ha chiamato a guidare il Polihub, distretto dell’innovazione e acceleratore d’imprese del Politecnico di Milano. Una vera e propria fabbrica di startup, che in sei anni ha raccolto 12.500 idee di nuovi business, ne ha sostenute oltre 600, per 113milioni di euro investiti. Il ritmo di crescita è incalzante, se si pensa che nel solo 2018 le risorse messe in campo sono 28 milioni, suddivisi su 113 aziende ospitate. “È il 10% del denaro investito in venture capital in Italia”, calcola Pingue. Dallo scorso ottobre la sua attività di talent scout dell’innovazione può contare su Poli360, il nuovo fondo d’investimento di 60 milioni di euro, gestito da 360 Capital Partners, società europea di venture capital che lavora in stretta collaborazione con le strutture dell’ateneo e vede la stessa Pingue in qualità di super-consulente. “Il mio compito come advisor è quello di contribuire a scegliere le idee che meritano di essere sostenute da un punto di vista finanziario”. “Il carburante che alimenta il potenziale innovativo di un’impresa è la diversità. Anche quella di genere”
Nata a Sulmona in provincia dell’Aquila, Pingue arriva a Milano nel 1998, per iscriversi al corso in ingegneria delle telecomunicazioni. Fin dal principio una scelta di campo precisa. “Sono cresciuta dentro il Politecnico”, racconta a Forbes. Dopo la laurea con il massimo dei voti, nel 2004 viene chiamata come ricercatrice presso gli Osservatori digital innovation della School of management del Politecnico di Milano. Nel 2006 frequenta il master in gestione aziendale e sviluppo organizzativo del Mip – Business School del Polimi. Il primo incarico di taglio consulenziale arriva nell’ambito della Fondazione dell’Ateneo, che gestisce Polihub. “Fungevo da trait d’union tra aziende, ricerca e finanziatori, accompagnando le imprese nel percorso di trasformazione digitale”. Il 2013 è l’anno in cui in Italia nasce la startup innovativa come entità giuridica. Claudia, ex cestista – ha praticato basket a livello agonistico fino ai 28 anni – viene chiamata a gestire l’incubatore dell’Ateneo, in qualità di direttore generale. “Il nostro è un incubatore sui generis”, spiega Pingue, “perché lavoriamo con il deep tech: le idee che aiutiamo a sviluppare fanno leva su asset tecnologici difendibili: non parliamo solo di modelli di business innovativi, ma anche di tecnologie non facilmente replicabili, che nascono dalla ricerca di base, dalle università. Per questo i tempi di maturazione sono mediamente più lunghi”. Dall`idea allo sbarco del prodotto o servizio sul mercato passano in media tre anni. Si parte dalla fase di incubazione. La squadra di Pingue analizza i candidati, esaminando il valore innovativo della tecnologia proposta, il suo grado di maturità e il team che vuole lanciare l’impresa. Se l’idea supera l’esame, parte l’acceleratore. Si attiva formalmente l’azienda, viene testato il modello di business, in stretta collaborazione con il fondo Poli360 e con un club di mentori, costituito da business angel, esperti ed alumni, che collaborano in una logica di give back. “Vogliono restituire un pezzo del loro percorso di successo per favorire la nascita di nuove imprese”. Se il test di mercato è positivo, si passa alla fase di scaleup: che significa crescita dimensionale, consolidamento organizzativo, espansione sui mercati internazionali. 11 tutto in un contesto iper-stimolante e fecondo di opportunità di business, quello dell’Innovation district del Polimi, ottomila mq di spazi d’incubazione su quattro edifici nel quartiere Bovisa, più di 100 realtà tra startup e aziende, che operano in diversi ambiti di innovazione, dal design all’it, dal biomed alle micro e nano tecnologie. Il tasso di sopravvivenza delle stratup accelerate da Polihub, a cinque anni dall’uscita dal programma, è dell`82%. “Siamo molto selettivi in fase di incubazione: su 1.500 richieste, ne accogliamo una cinquantina l’anno”. Il sistema funziona al punto che nel 2018 il Polihub è stato premiato dal ranking di Ubi Global come terzo migliore incubatore universitario al mondo, secondo in Europa, per la capacità di generare impatto sull’economia.

Il racconto di Pingue gronda entusiasmo per quello che fa. “Voglio continuare a lavorare a supporto di chi fa impresa”. Ma lascia trapelare anche una nota dolente. Riguarda la scarsa presenza di donne nelle startup, in linea con la media nazionale: 13%. Un dato fermo da tre anni, che nel segmento del deep tech presidiato dal Polimi precipita al 6%. Perché? “Il problema nasce dalla scarsa partecipazione delle donne ai percorsi formativi scientifici: nella nostra università il rapporto tra studentesse e studenti è uno a cinque. Tra ricercatrici e ricercatori uno su tre”. Il risultato è un impoverimento: dell’università, del mondo lavorativo. E del tessuto imprenditoriale. “Il carburante essenziale che alimenta il potenziale innovativo di una startup è la diversità. Disciplinare, intesa come mescolanza di competenze differenti; culturale, e anche di genere. Una ricerca della Fondazione Kauffman dimostra che la presenza della componente femminile valorizza e completa la capacità di un team di analizzare un problema. Le donne manifestano l’attitudine a interpretare meglio i bisogni del mercato. C’è anche una differenza motivazionale: fanno impresa perché colgono un problema, identificano una possibile soluzione e intravedono un opportunità di mercato. Gli uomini lo fanno più spesso per necessità”. Se è vero che, come dice Pingue, le università “sono chiamate a trasformarsi da grandi scuole di formazione a generatori di futuro, c’è ancora del lavoro da fare, almeno sul fronte della parità di accesso. Intanto la manager resta concentrata sulla sua missione di talent scout dell’innovazione. Cosa avrebbe voluto fare in un’altra vita, se non il direttore generale di Polihub? “Il direttore generale di Polihub”, scherza. “La tecnologia mi ha sempre appassionato. Oggi le chiamiamo startup, un tempo era ricerca e sviluppo. In un modo o nell’altro mi sarei comunque occupata di innovazione”. Claudia Pingue ce l’ha fatta. A immaginarla all’inizio di quel percorso, appena arrivata a Milano dall’Abruzzo, con in mano un floppy disk, viene da sorridere.