ISAAC: dal terremoto di Amatrice l’idea per la protezione sismica degli edifici

Cosa c’entra un decespugliatore con il terremoto di Amatrice? Alberto Bussini, Anna Impedovo e Nicole Mazzone – rispettivamente CEO, COO e Marketing & Communication Manager di ISAAC – ci raccontano la storia della startup che si propone di proteggere la sicurezza delle persone, con una tecnologia accessibile, semplice e non invasiva, capace di rendere la protezione sismica una prassi ordinaria.

Chi è ISAAC?

“Siamo una startup di Milano nata nel 2018 che si dedica alla riqualificazione sismica del patrimonio edilizio esistente”. Anna, COO di ISAAC ci racconta: “Oggi siamo in sei. Inizialmente eravamo in due ma nell’ultimo anno siamo cresciuti molto”. “Io sono arrivata a febbraio 2020”, aggiunge Nicole. “Mi occupo di marketing e comunicazione e dal mio ingresso in ISAAC mi sono occupata di sviluppare l’identità della comunicazione aziendale e di impostare le relazioni esterne. Oggi la nostra mission è quella di proteggere la sicurezza, il benessere e il comfort delle persone. Vogliamo che tutti possano beneficiare della possibilità di salvaguardare la propria serenità. Per questo facciamo in modo che i nostri prodotti siano accessibili a tutti, e in ogni contesto, grazie a tecnologie non invasive e semplici da adottare; cosicché la protezione sismica divenga una prassi ordinaria”. Chiude il giro di presentazioni Alberto: “Sono l’AD di ISAAC. Ho fondato la società insieme ad un altro ricercatore del poli nel dicembre 2017. Ad inizio 2018 è arrivata Anna. Tutto è nato da un progetto di ricerca del 2016. Io mi sono occupato della parte tecnica e di sviluppo anche se per formazione sono un ingegnere meccanico. Negli ultimi mesi a noi si sono uniti altri 3 giovani neolaureati di ingegneria meccanica e un ingegnere strutturista, oltre a una persona che ci supporta sulla parte amministrativa”.

 

Un decespugliatore e il terremoto di Amatrice

Da dove nasce l’idea? Facevate riferimento a un progetto di ricerca…

“L’idea nasce da una proposta di progetto all’università. Ma il nucleo di base nasce ancora prima”, continua Alberto. “Pochi giorni dopo il terremoto di Amatrice, stavo tagliando l’erba del prato. Dietro di me avevo un decespugliatore che continuava a vibrare e mi aveva fatto venire mal di schiena. Ho pensato che ci sarebbe voluto qualcosa che fermasse quella vibrazione e a quanto sarebbe stato bello se lo stesso meccanismo si fosse potuto applicare agli edifici. Ho pensato di presentare la mia idea all’università ma i primi tempi mi sono preso un sacco di porte in faccia. Fino a che la mia proposta non è arrivata al Rettore che mi ha indirizzato verso un ricercatore del Politecnico. Con lui abbiamo costruito il primissimo prototipo, a cui è seguito il brevetto e la fondazione della startup. Oggi posso dire con certezza che l’idea, da sola, non basta. Quello che ci ha portato fino a qui è stato il non tirarsi indietro davanti alla fatica, il continuare a crederci”.

“La vera sfida”, aggiunge Nicole, “è stata trasformare l’idea in un prodotto con un contenuto tecnologico importante e capace di funzionare”.

“Con le precedenti tecnologie per effettuare degli interventi antisismici era necessario sventrare l’edificio”, chiarisce Alberto. “Noi riusciamo invece a lavorare collocando dei moduli, il cui numero è variabile a seconda delle dimensioni dell’edificio, sul tetto, senza distruggere nulla e senza che il nostro intervento richieda che l’edificio sia vuoto. Possiamo lavorare su condomini, uffici, ospedali, senza che le persone che li occupano vengano disturbate dalla nostra presenza”.

 

Dai test al mercato internazionale

Come immaginate il futuro di Isaac?

“Bello spinto se imbrocchiamo bene questo giro!”, afferma Alberto. “Con i superbonus e dopo i test di #terremotoISAAC, in cui l’edificio equipaggiato con I-Pro 1 ha resistito a terremoti consecutivi fino a raggiungere il sisma di massima intensità con un’accelerazione di picco al suolo di 0.44g pari al 137% del terremoto dell’Irpinia del 1980 (magnitudo 6.9 della scala Richter), abbiamo avuto un boom di domanda. Intendiamo, a partire da quest’anno, espandere la produzione in Italia e soddisfare la domanda nel modo più rapido e flessibile possibile al fine di cresce esponenzialmente sul territorio nazionale. Dal 2023  l’obiettivo sarà guardare non solo al mercato italiano ma iniziare a spingerci anche all’estero, partendo da Portogallo e Turchia”.

Come mai avete scelto PoliHub? In che modo vi è utile?

“Siamo entrati in PoliHub vincendo l’incubazione, dopo Startcup Lombardia 2018. Veniamo dal Politecnico quindi conoscevamo già PoliHub. Abbiamo iniziato a frequentare l’ambiente non avendo un nostro ufficio e quando il team è cresciuto siamo rimasti colpiti dall’ambiente giovane e dinamico. Partecipavamo agli Update e trovavamo utile confrontarci con altre startup. Mi sento di dire che la cosa più importante e bella è stata la possibilità di crearsi un network di giovani che vogliono crescere rapidamente”.

Vantaggi e opportunità della pandemia

Un’ultima domanda: la pandemia per voi ha rappresentato un ostacolo o un’opportunità?

“Un ostacolo perché vivevamo costantemente con l’ansia che si ammalasse un fornitore. Avevamo tempi strettissimi. Dietro ogni macchina ci sono 10 fornitori e se qualcuno si fosse ammalato avrebbe rappresentato davvero un problema. Con difficoltà però siamo riusciti a non rallentare. A febbraio dell’anno scorso peraltro eravamo in un momento molto delicato per il nostro progetto: stavamo crescendo e avevamo bisogno di creare senso di appartenenza. Quindi non è stato facile con il lockdown. Nello stesso tempo però gli ecobonus e i superbonus ci hanno agevolato. Inoltre abbiamo realizzato una tecnologia così innovativa che al momento non è ancora regolata da normative stringenti e questo ci lascia un ampio margine di azione”.