Inoxsail, l’innovazione nel mondo della vela sbarca in PoliHub

Inoxsail, l’innovazione nel mondo della vela sbarca in PoliHub

16/11/2019

Inoxsail, startup incubata in PoliHub mira a diffondere la cultura della vela attraverso l’innovazione tecnologica immediatamente usabile da chiunque e che parte dall’esperienza velica. In questa intervista siamo andati a conoscere Roberto Bosi, CEO, e il suo team.

 

Quando è nato il progetto?
L’idea nasce nel 2006 e, dopo esser rimasta un embrione per anni, nel 2008, con la crisi globale, ho iniziato a darle più spazio fino a quando nel 2011 è stata costituita la società. Ora, a tre anni di distanza, abbiamo fatto molto e siamo arrivati sul mercato con un prodotto che abbiamo già iniziato a vendere.

 

 

Di cosa si tratta nello specifico?
Barche a vela costruite con la tecnica, di derivazione aeronautica, del sandwich di lamiere metalliche sottili: scafi in acciaio inox o titanio, leggeri come quelli di plastica, strutturalmente omogenei, inaffondabili, durevoli, veloci e sicuri e, soprattutto, interamente riciclabili.
Tutte equipaggiate con “Phinna”: una rivoluzionaria pinna di deriva a sezione alare variabile: velocità ed angolo al vento irraggiungibili con la attuale tecnologia delle appendici immerse. L’innovazione di PHINNA consente, con un investimento modesto, di aumentare vistosamente ed in modo duraturo la velocità e la capacità di risalire il vento di qualsiasi barca a vela. Non serve imparare ad usarla perché funziona da sola. Non serve cambiare barca, equipaggio o mindset del timoniere perché la tecnologia è immediatamente usabile.

 

Avete depositato dei brevetti?
Abbiamo un brevetto internazionale con priorità su un deposito italiano del febbraio 2013 (Patent Cooperation Treaty a febbraio 2014 con rapporto positivo dell’European Patent Organisation). Durante i primi 18 mesi (dal feb. 2014) la protezione è su 146 paesi aderenti al trattato. Il brevetto copre la pinna, il sandwich di metallo, invece, non è brevettabile essendo una tecnologia già utilizzata per le ali degli aerei ma che non è mai stato usato per lo scafo di una barca. Si tratta in questo caso di mantenere il vantaggio competitivo avanzando sempre con la ricerca e lo sviluppo.

 

Qual è il mercato che affronti?
Il mercato di riferimento ammonta a 250 mln di dollari annui. Pensiamo di poter convincere almeno un quinto di coloro che avevano a budget la sostituzione delle vele e rimandarle all’acquisto della nostra “vela sommersa”. I potenziali concorrenti sono moltissimi e sparsi in tutto il mondo. Qualsiasi azienda, anche piccola, che produca accessori per la nautica in acciaio è virtualmente in grado di replicare qualcosa di simile al nostro prodotto. Non crediamo, però, che la protezione brevettuale possa difenderci dall’ondata di offerta che si riverserà sul mercato quando l’innovazione sarà recepita: anche in questo caso il vantaggio va mantenuto rimanendo sempre un passo avanti dei concorrenti.

 

Il Team:
Il Team è composto da me, Roberto Bosi, 49 anni “suonati”, architetto dal 1989 e libero professionista per 20 anni. Prima di intraprendere questo progetto ho fondato un’azienda con un modello di business innovativo. Emilio Elli, 30 anni architetto dal 2011 e collaboratore al progetto. La sua esperienza nel disegno di pezzi meccanici ha tradotto in file utilizzabili per la produzione a controllo numerico i progetti di Inoxsail.
Florentina Bogatu, laureata in marketing e comunicazione, presentata di PoliHub, si è dedicata con passione alla studio del mercato della nautica a vela.
Marco Tito Bordogna, giovane ingegnere aerospaziale, sta facendo i calcoli fluidodinamici e di velocity prediction per validare teoricamente i vantaggi prestazionali di Phinna. Laura Bosi, 52 anni, ha iniziato a collaborare come visual designer ed ora è un caposaldo dell’organizzazione delle operazioni.
Recentissima novità, Roberto Spata, presentatoci da PoliHub è un tattico di fama internazionale e “ottimizzatore” di moltissime barche da regata famose, ha accettato di occuparsi delle vendite di Phinna mettendo a frutto le sue consolidate relazioni.

 

Da dove nasce la passione per il mare?
Nasco montanaro, sono milanese e, con i miei, ho sempre trascorso le vacanze in Valtellina. Il mare per me era solo quello di Milano Marittima, almeno fino a 21 anni quando ho fatto la prima crociera con un amico norvegese. Lì è nato l’amore per il mare. Ho iniziato a praticare windsurf, son diventato istruttore, skipper e infine regatante. Inoxsail nasce proprio durante una regata d’altura, la “Roma per tutti“ del 2005.

 

Qual è la filosofia del progetto?
Sicuramente diffondere la cultura del mare e non fare innovazione che restringa il mercato e che sia pensata solo per pochi. L’idea è di avere prodotti usabile da chiunque e che possa aumentare il numero di persone che vanno in barca a vela, eliminando le barriere all’ingresso dei potenziali armatori: difficoltà del navigare, sicurezza per l’equipaggio, poca durabilità dell’investimento in barche in vetroresina ed il problema dello smaltimento di alcune tonnellate di plastica a fine vita della barca.

 

Come mai PoliHub?
Siamo entrati nell’aprile del 2013. PoliHub è servito tanto a raffreddare la passione. Le prime riunioni con Matteo Bogana, Startup and Spin-off Coordinator & International Relations e Rasha Mozil, Project Manager di PoliHub mi hanno insegnato a calare l’idea in una dinamica di mercato. La passione può essere accecante e non ti permette di trovare la maniera migliore di centrare l’obbiettivo. Ho cambiato tutto: il business plan, sia come analisi del mercato che come strategia di ingresso. Non sapevo tante cose e in PoliHub le ho imparate. Avevo una preparazione tecnica, mi mancava la capacità di dialogare con gli investitori, di fare un bilancio, di gestire la cassa come imprenditore e non più come libero professionista.

 

Quali sono le sfide più grosse che hai affrontato?
È stata la parte realizzativa, la fabbrica liquida pone un problema di gestione: in pratica ci si scontra con una cultura imprenditoriale che fatica a uscire dal fordismo. La transizione verso la manifattura 3.0 non si fa in un giorno e per noi il rapporto con le imprese del territorio non è sempre agevole. Inoltra la mancanza di finanziamenti bancari e la difficoltà per una startup manifatturiera di accedere al mercato del venture capital rendono più lento lo sviluppo e la penetrazione nel mercato.

 

Cosa ti entusiasma di più?
Il mio lavoro. Non vedo l’ora, la mattina, di cominciare a lavorare. Per me esistenzialmente è un successo. Sto imparando quello che non sapevo e sono una persona più ricca.

 

Da cosa trai ispirazione?
Il mio è un misto tra passione per il mare e mente tecnica/analitica. Ma l’ispirazione che porta ad innovazione che cambia le cose viene sempre dall’esperienza: l’idea del sandwich è venuta durante una regata, con mare a forza 9. Durante il turno di notte, stremato, avendo visto la giunzione che comportava una crisi strutturale, ho avuto l’illuminazione. Le barche son costruite male, con 4 materiali diversi insieme.

 

Come valuti il successo?
Del successo personale, ho già parlato e come CEO, invece, il successo lo valuto in termini di guadagno. Significa fare una exit per i primi investitori e poi portare a produrre utili la società. Il mio guadagno non ha un limite alto o basso, non misuro il successo su quello ma su quanto si arricchisce la società, e spero tanto. Per ora, a seguito delle prime azioni di comunicazione, siamo riusciti a vendere la prima Phinna, che verrà installata sulla barca da regata di un armatore privato. Al di la delle prime fatture questa validazione del mercato è fondamentale per l’accesso ad un round di finanziamento che ci consenta di crescere velocemente.

 

Quali sono in sintesi le lezioni apprese?
L’esperienza insegna che fare l’imprenditore è una grande responsabilità verso se stessi e le persone che dipendono da te: la famiglia, i dipendenti, il tessuto economico generale. Il successo, invece, è quello di un gruppo sociale.

 

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