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Carbonsink, l’azienda che lascia impronte pulite per non sporcare il Pianeta

Community - 27 Aprile 2022

Carbonsink, l'azienda che lascia impronte pulite per non sporcare il Pianeta

L’impegno per il clima è prima di tutto una scelta di valore ma, sempre di più, anche un modo per le imprese di essere competitive sul mercato, capaci di attrarre capitali ed efficaci nel produrre beni e servizi di qualità. Ne è convinta Aurora D’Aprile, Media & Climate Policy Advisor di Carbonsink, società di consulenza specializzata nello sviluppo di strategie di mitigazione e gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici, dal 2022 parte del gruppo internazionale South Pole, ospite del secondo appuntamento di “Greeners | We speak Tech, we dream Green. Do you?”, nuovo format di PoliHub dedicato a mentor, startup, expert, professionisti e a tutti i member della community.

 

Nella lotta al cambiamento climatico il ruolo delle organizzazioni è cruciale. Da un lato la richiesta dei consumatori, l’accesso ai capitali e una tendenza di mercato sempre più evidente, dall’altro la crescente comprensione che la crisi climatica non può più essere ignorata, spingono le aziende a seguire percorsi di decarbonizzazione credibili e trasparenti, in cui è necessario farsi accompagnare da una guida esperta. Carbonsink, azienda che lavora come agente del cambiamento, fornisce un supporto concreto per ridurre la carbon footprint. Ma, esattamente, cos’è un’impronta di carbonio?

 

L’impronta di carbonio (in inglese, carbon footprint, o anche inventario GHG) è la somma delle emissioni di gas a effetto serra di un sistema in un dato periodo di tempo. Convenzionalmente si misura in tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e). Ogni cosa ha un’impronta di carbonio: uno stato, il ciclo di vita di un prodotto, un’attività come un viaggio o l’invio di una mail, un settore produttivo o un evento. Può essere misurata con vari approcci: la carbon footprint di uno stato per esempio può essere misurata in emissioni annuali totali, all’anno per capita, o storiche (calcolando dall’inizio dell’era industriale), etc. Quando si parla di impronta carbonica aziendale, o corporate carbon footprint, convenzionalmente si distingue tra emissioni Scope 1, 2 e 3. Le emissioni dirette (Scope 1) sono prodotte da sorgenti di proprietà o controllate dall’azienda. Le emissioni indirette sono conseguenza delle operazioni dell’azienda ma sono prodotte da sorgenti esterne: le emissioni dovute alla produzione di energia acquistata (Scope 2) e altre emissioni legate per esempio alla catena di fornitura e all’utilizzo dei prodotti (Scope 3). La categoria Scope 3 è particolarmente rilevante in questo periodo, perché sono più difficili da mappare, soprattutto nei settori con filiere estese e complesse, ma misurarle è fondamentale per progettare piani di riduzione realmente efficaci. Per questo qualsiasi strategia climatica ambiziosa parte da una solida e quanto più completa misurazione delle emissioni Scope 1, 2 e 3.

 

Cosa lega questa “impronta” con installare sistemi di acqua potabile alimentati ad energia solare in Etiopia o proteggere le foreste nelle riserve della Tanzania? E perché questi progetti si fanno proprio in Paesi in via di sviluppo? Ci racconti qualche progetto?

 

La strategia climatica passa attraverso 5 passaggi: misura la carbon footprint, definisci il target, riduci le emissioni, compensa quelle inevitabili e comunica. è l’approccio integrato che fa la differenza. Nella fase della compensazione entrano in gioco strumenti di climate finance come i crediti di carbonio certificati che permettono di bilanciare le emissioni inevitabili finanziando progetti che promovono lo sviluppo sostenibile. Questi progetti sono basati in Paesi in via di sviluppo per eredità dei meccanismi del Protocollo di Kyoto, disegnati per indirizzare climate finance dove le risorse per la transizione climatica sono più scarse. Il meccanismo sta evolvendo dopo l’Accordo di Parigi. Compensare infatti non significa “annullare” le proprie emissioni, ma gestire quelle che non è possibile ridurre al momento in modo attivo e responsabile, finanziando attività che riducono le emissioni e producono impatti positivi per gli ecosistemi e le comunità locali. Come per esempio la produzione e distribuzione di stufe efficienti, un progetto che a Maputo, capitale del Mozambico, contribuisce a ridurre le emissioni di oltre 80mila tonnellate all’anno, creare opportunità di lavoro e limitare gli impatti negativi sulla salute dovuti all’utilizzo di stufe a carbone, soprattutto in casa. Finora il progetto ha coinvolto circa 12mila famiglie. Oppure Tongwe Masito, in Tanzania occidentale, un progetto pionieristico di contrasto alla deforestazione e tutela della biodiversità che copre la più grande area protetta per lo scimpanzé robusto orientale, specie in via di estinzione nel Paese. Coinvolgendo le comunità locali, Tongwe Masito protegge dal disboscamento oltre 750 mila ettari di foresta che ospita centinaia di specie animali e sostiene le attività di istruzione dei rifugiati dal vicino Burundi, che vivono nell’area di progetto.

 

Perché un’azienda dovrebbe intraprendere un percorso di decarbonizzazione?
La risposta breve è: perché non possiamo fare diversamente. Dagli ultimi report IPCC sappiamo che emissioni non sono mai state così alte e allo stesso tempo le soluzioni sono molto più a portata di mano, numerose ed economiche di quanto erano solo 10 anni fa. È ora di agire velocemente adottando pratiche e tecnologie già disponibili, per evitare le conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici, e allo stesso tempo continuare a investire e a lavorare per portare quelle più sperimentali su larga scala.
Stiamo attraversando un momento di transizione profonda, un cambio di paradigma in cui stanno emergendo anche nuovi modi di creare innovazione, ricchezza e conoscenza. Mi viene in mente un motto molto popolare oltre una decina di anni fa,  a proposito dell’avvento impetuoso dell’era digitale: “programme or be programmed”. Ecco, siamo in un momento simile (bisognerà trovare un motto altrettanto efficace e adatto alla sfida della decarbonizzazione!). L’impegno per il clima è prima di tutto una scelta di valore ma, sempre di più, anche un modo per le imprese di essere competitive sul mercato, capaci di attrarre capitali ed efficaci nel produrre beni e servizi di qualità.
La compensazione con crediti di carbonio non può essere una soluzione ma la riduzione delle emissioni è un obbligo. In che modo aiutate le aziende a ridurre le emissioni di gas a effetto serra?

 

La compensazione genera il massimo dei benefici all’interno di una strategia climatica integrata. I crediti di carbonio certificati e in generale la climate finance sono uno strumento importante per iniziare a dare un prezzo alle emissioni (in assenza di meccanismi regolementati) e per canalizzare risorse verso attività a impatto positivo per ecosistemi e comunità, soprattutto in zone più vulnerabili e dove le risorse per la transizone low carbon e lo sviluppo sostenibile scarseggiano. Ma per essere realmente efficace, l’azione per il clima deve basarsi su un’accurata e quanto più completa misurazione della carbon footprint, la definizione di target science-based in linea con l’Accordo di Parigi e piani di riduzione concreti che possono essere molto diversi a seconda dei settori e delle dimensioni delle organizzazione. Importante considerare che i piani di riduzione comportano anni e anche decenni di attività, non avvengono da un giorno all’altro. Quindi è essenziale fissare dei target di lungo periodo e intermedi, per monitorare i risultati e aggiustare la strategia strada facendo. Nei prossimi anni il monitoraggio e la verifica dei risultati saranno sempre più rilevanti, così come gli strumenti di climate analitycs per tenere sotto controllo l’impatto dei piani di riduzione. 

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